3 luglio 2009

Undici solitudini

Richard Yates, Undici solitudini
Traduzione di Maria Lucioni
Minimum fax, 2006

1950. Tra le distese di Long Beach, gli uffici di Manhattan, le linee metropolitane che collegano i quartieri periferici del Bronx e i cinema di Broadway, il profilo della città di New York traspare disegnando comunanze tra queste undici solitudini. Troviamo maestre elementari impegnate a farsi apprezzare dai propri alunni, con risultati però tutt’altro che positivi, sia che si tratti dei disagi del piccolo orfano Vincent Sabella, oppure dell’intera classe della signorina Snell durante la festa di Natale. Vi sono poi coppie di amori ritratte nel corso della loro vita coniugale: tra ansie da prime notti insieme, bicchieri di alcolici e divani ad accompagnare notizie di licenziamenti, oppure mani peccaminose di improvvisati amanti in auto, approfittando di mariti costretti su di un letto di ospedale. Ed ecco giovani soldati nel pieno della loro giovinezza affrontare il periodo di addestramento, o - come un risvolto della stessa medaglia - vecchie reclute ammaccate dalla tubercolosi rinchiuse in reparto mentre cercano di festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo. E come dimenticarci di scrittori falliti che sognano un futuro da Hemingway ma al momento vengono stipendiati da tassisti, redattori di testate sindacali impegnati ad ammuffire nel chiuso degli uffici e pianisti di colore che solleticano le notti delle spiagge francesi con le loro armonie…
Sembrano avere lo stesso odore delle quaranta sigarette quotidiane fumate da Yates questi racconti, sembrano vivere dello stesso respiro acciaccato dal vizio e dalla TBC i suoi personaggi, sembrano battere a macchina le stesse parole dell’autore i vari scrittori, redattori e impiegati che popolano questa raccolta. Uscito originariamente nel 1962 - dopo lo stravolgente successo di Revolutionary Road, romanzo d’esordio che avrebbe segnato per sempre il destino dello scrittore: da un lato celebrato per quest’opera prima, dall’altro condannato dalla stessa per le troppe aspettative di pubblico e critica che non riuscì mai ad appagare - Undici solitudini custodisce le prime stesure di Yates, in cui abbondano riferimenti biografici: dalla tubercolosi, all’esercito, al periodo trascorso in Francia, sino ai lavori nelle redazioni e l’inquieto rapporto con la moglie e la propria famiglia. Con un tratto leggero che emoziona proprio per la sua scorrevolezza e semplicità, Yates distrugge il conformismo di un’America anni cinquanta senza bisogno di ribellioni o denunce, ma con un realismo splendido che ritrae la desolazione e la ripresenta al lettore senza filtri che ne aumentino l’intensità. Onesto - come un amico - Yates racconta e noi non possiamo fare a meno d’ascoltarlo…

Stabat mater e il Premio Strega 2009

Tiziano Scarpa, Stabat mater
Einaudi,2008

Le notti dell’orfana sedicenne Cecilia - costretta a vivere tra le mura dell’Ospedale della Pietà di Venezia - si colorano di un’inquietudine nera e profonda nella quale, vittima dell’insonnia, trascorre il suo tempo stendendo lettere ricche di angoscia che hanno come destinatario una madre mai conosciuta. Sempre nell’oscurità di quelle sere una testa simile ad una medusa, con la sua folta chioma di capelli scuri, fa visita al capezzale di Cecilia, dando vita a dialoghi dai risvolti surreali e paradossali. Al di là di questo mondo tetro e immaginario, la realtà all’interno del collegio riesce ad apparire ancor più oscura e agghiacciante: una notte, attirata da rantoli e sospiri, Cecilia scende la rampa di scale che conduce alle latrine e lì intravede una donna impegnata a liberarsi il ventre da un escremento tanto simile ad un aborto. Solo le luci del giorno e le corde di un violino che sa imitare i canti di rondini e usignoli riusciranno a regalare serenità a Cecilia, sentimento che andrà sempre più amplificandosi con l’arrivo in collegio del nuovo sacerdote Antonio Vivaldi…
Stabat mater ha tutte le carte in regola per apparire un’opera estremamente nobile e particolare, sia nello stile che nelle tematiche, ragione che solitamente allontana e spaventa quella larga fetta di pubblico nota agli editori come “fascia del lettore medio”. Eppure Tiziano Scarpa è riuscito a strappare con questo romanzo i favori delle giurie del Premio Supermondello e dello Strega 2009: possiamo così augurarci che grazie a questi riconoscimenti sempre più lettori siano invogliati a confrontarsi con una tipologia letteraria non proprio di largo consumo. La scommessa di Einaudi - riportata dallo stesso Scarpa al momento della premiazione: «Alzo il bicchiere brindando a Giulio Einaudi. Mi piacerebbe che fosse qui perché ha creduto tanto nel mio primo libro» - sembra essersi realizzata pienamente e di questo non possiamo che congratularci con l’editore che - storicamente - ha sempre premiato la qualità dei suoi testi a discapito talvolta del successo. Con questo libro che narra la gioia per una ritrovata libertà della sua protagonista, possiamo solo augurarci che sancisca le medesima libertà del mercato editoriale italiano…

Secondo classificato a solo un voto di distanza da Scarpa troviamo Antonio Scurati, ecco la sua intervista e il libro che si piazza al secondo posto:




29 giugno 2009

Intervista a Luca Poldelmengo

Simpatico romano innamorato della sua capitale - in cui ha deciso di ambientare romanzi e girare film - Luca si concede con molta disponibilità per un’intervista a metà strada tra letteratura e cinema: le due passioni che da sempre lo animano.

All’età di trentasei anni hai messo in tasca un film, un libro e numerose altre partecipazioni nel cinema, quali sono i tuoi esordi e come sei riuscito a farti notare?
Il vero e proprio esordio è stato un cortometraggio La Notte Bianca che ho scritto e diretto nel 2005. Per la revisione di quella sceneggiatura avevo chiesto l’aiuto di Marco Martani, che avevo avuto come docente ad un corso per filmakers. Marco fu così gentile da mostrarsi disponibile quindi, quando decisi di passare alla stesura di un lungometraggio (Cemento Armato), gli chiesi se volesse leggerlo. Non speravo in un suo interesse, mi sarei accontentato semplicemente del parere di un professionista prima di imbarcarmi nell’autoproduzione del film. Cogliendo di sorpresa me per primo le cose hanno preso tutt’altra piega.

Proprio in Cemento Armato troviamo tra i protagonisti Giorgio Faletti. Vi siete risentiti dopo la pubblicazione del tuo romanzo? I vostri generi non sono poi così diversi, cosa ti ha detto Giorgio della tua stesura e tu cosa ne pensi delle sue?
Sì, ne abbiamo parlato, ma a oggi non credo che lo abbia ancora letto. Giorgio è un uomo molto impegnato. Ma io non dispero, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, prima o poi… Riguardo ai suoi romanzi mi ricordo che quando lo conobbi gli dissi - convinto di essere poco originale - che in Io Uccido si era preso il lusso di iniziare il libro con il nome dell’assassino. Un bel rischio per un thriller. Giorgio rimase stupito, non glielo aveva fato mai notare nessuno.

Sia nel cinema che nella scrittura denoti una certo amore per i generi thriller e noir, conditi sempre nel contesto romano. Approfitti della capitale perché è una città che consci, oppure ti sembra lo sfondo più adatto per i generi che prediligi?
Entrambe le cose. Preferisco creare il mio mondo immaginario partendo da un ambiente che conosco bene, mi aiuta. E poi questa città, la Roma vera, quella lontana dagli obbiettivi dei turisti, credo vada riscoperta. Il suo lato oscuro, questo mi piace raccontare di Roma. In futuro vorrei che fosse ancora più presente nei miei lavori, come la Marsiglia di Izzo.

Raccontaci un po’: ci sono differenza tra una “prima” in sala e un incontro di lettura? Preferisci il pubblico di lettori o quello di spettatori? E che rapporto hai con loro?
La prima in sala è in sé autoconclusiva, il film viene visto, per la prima volta dagli altri, per te magari è la decima. Quindi sei concentrato per tutto il tempo su quello che ascolti intorno a te: se ridono quando speravi, se si emozionano quando avevi progettato che lo facessero. E poi ci sono quei pochi secondi, quando passano i titoli di coda e si accendono le luci, quando speri che parta l’applauso… La presentazione di un libro è per sua natura ambigua, un momento in cui devi dire senza raccontare, rispondere senza svelare. Ma proprio per questo meno prevedibile, più impegnativa. I tuoi sforzi di scrittore saranno premiati altrove, forse su un divano, dall’emozione che si fa largo su un viso senza che tu la possa vedere.

Nel cinema gli esiti di una pellicola ricadono sempre su più persone: sceneggiatore, regista, attori, produzione, etc. mentre la pubblicazione di un testo riguarda principalmente il suo autore. Come concili il lavoro di squadra con quello in solitudine? E quale preferisci?
E’ il motivo principale per cui ho deciso di scrivere un romanzo. Prendermi per intero le responsabilità del mio lavoro, nel bene e nel male. Per quanto riguarda il lavoro di squadra non mi crea problemi, anzi, basta trovare le persone giuste. Io scrivo da due anni con Alessia Tripaldi e da solo farei sicuramente un lavoro meno valido. La sceneggiatura è difficilmente un lavoro che si porta a termine da soli. La narrativa è un discorso diverso, più intimo. Del resto queste due dimensioni non sono dissimili da quelle che ciascuno vive quotidianamente, tutti abitiamo una sfera sociale e una personale.

Il libro si apre con una citazione di Jean-Pierre Melville, quali sono i tuoi autori e i tuoi registi preferiti? Con quali opere e con quali pellicole?
Domanda difficile, come al solito quando avrò finito sarò colto dai sensi di colpa per qualcuno che ho incredibilmente dimenticato…
In ordine sparso, per la letteratura: Ellroy(6 pezzi da mille), Dostoevskij(delitto e castigo) , Bunker(cane mangia cane), Izzo(casino totale), Bulgakov(il maestro e margherita), Steinbeck(Furore), Ammanniti(Come dio comanda), De Cataldo(Romanzo Criminale).
Per il cinema(oltre a Melville): Scott(Blade Runner), Cronenberg(molti), Kubrick(quasi tutti), Tarantino(le Iene, Pulp Fiction), Monicelli(troppi), Pasolini(accattone, la ricotta), Di Leo(Milano calibro 9)

28 giugno 2009

Non leggete i libri, fateveli raccontare

Luciano Bianciardi,
Non leggete i libri, fateveli raccontare
Stampa Alternativa, 2008

Vi siete sempre chiesti quali siano i passi più adatti per una scalata all’insegna del successo nell’ambiente culturale, editoriale e giornalistico? Ecco un breviario che in sei rapide e semplici lezioni spazzerà via ogni dubbio sui segreti della professione. Innanzitutto è bene che scegliate un’università piuttosto anonima e di provincia, possibilmente frequentate facoltà moderne evitando sia quelle tecniche che quelle di stampo prettamente umanistico, cambiate poi percorso di studi almeno un paio di volte. Durante gli anni universitari cercate di bazzicare di rado le lezioni, evitate di leggere libri e fateveli raccontare, non dimenticate poi di farvi amico qualche docente che scriva su testate di paese e che, all’occorrenza, si ricordi di voi per qualche collaborazione non retribuita. Fondamentale: cercate di non specializzarvi in nulla né tantomeno laurearvi. Se avrete seguito in modo proficuo queste prime lezioni, ora sarete pronti per proseguire: trovatevi una compagna con una decina di anni in più di voi che abbia avuto amanti nell’ambito culturale, cercate di carpire le preferenze sessuali dei vostri predecessori e, perché no, usate le stesse per ricattare gli interessati. Una volta entrati in una qualsiasi redazione evitate di socializzare con i colleghi, cercate di farne fuori uno all’anno marcando stretto il Neopadrone e non dimenticatevi delle segretarie…
Pubblicato in sei puntate sulle pagine del settimanale ABC - famoso per aver ospitato caste immagini di nudi in bianco e nero e interventi intellettuali un po’ sbarazzini su tematiche di solito snobbate dal mainstream - Non leggete i libri, fateveli raccontare viene ora riproposto dal figlio Ettore Bianciardi per trovare spazio nella collana Eretica diretta dall’amico Marcello Baraghini. Verrebbe da chiedersi cos’è cambiato dal 1967 - anno della prima pubblicazione - ad oggi: beh poco o nulla. In modo sconcertante tutti i meccanismi di chiusura e preservazione della specie intellettuale che decretarono il licenziamento di Luciano dalla sede della storica Feltrinelli, che lo resero uno dei traduttori più prolifici dell’epoca - poiché pagato a cottimo e bisognoso di soldi - e che lo spinsero a rifiutare le pagine del Corriere per intraprendere le vie dell’alcol, rimangono tuttora attivi. Trappole e trabocchetti che il campione di ironia grossetano conosceva fin troppo bene: ed eccolo allora da allievo farsi maestro, per salvaguardare quei giovani del ceto medio non troppo dotati di ingegno, ma che fremono per entrare a far parte dell’elite culturale e rimanervi…

Con l’insistenza di un richiamo

Francesco Randazzo, Con l’insistenza di un richiamo
Lupo, 2008

Emblema della precarietà e della brevità della vita, uno stronzo - sì, avete capito bene - penzolante dalle natiche di un extracomunitario chiuso nella latrina di un cantiere, trova il dono della parola grazie alla combinazione di agenti chimici e deodoranti presenti nel bagno: giusto il tempo di raccontarci un po’ di lui e fare due chiacchiere sulla teologia delle feci prima che precipiti e non ci sia più. Trentenne co.co.pro con contratto in dirittura d’arrivo e mancato rinnovo, decide di fare a pezzi il corpo dell’anziana vecchina con cui condivide l’appartamento per continuare a percepire la sua pensione: mentre si adopera per staccarle il cranio e metterlo a bollire in pentola, sceglie di indossare un paio di occhiali da sole che renda il tutto meno tragico e nauseante. Maniaco sessuale tormentato dai ricordi del passato cerca di liberarsi senza successo dalle sue memorie ed implora il castigo del carcere per annullarsi completamente.
Sei storielle simili a dolci favole per la buona notte da raccontare ad un nipotino, tanti sono i racconti racchiusi nell’opera Con l’insistenza di un richiamo, testo il cui assunto principale esprime in modo chiaro, anche se iperbolico e paradossale, la follia dei nostri tempi. Siracusano laureato all’Accademia nazionale d’arte drammatica, Randazzo è noto in Italia e all’estero come regista teatrale, impegno che tuttavia non prosciuga la vena artistica dell’autore che da tempo si dedica alla scrittura con racconti, romanzi e sillogi poetiche. La raccolta edita dai tipi di Lupo conserva nel suo centinaio scarso di pagine brio e bollicine pulp pronte ad esplodere in faccia al lettore, il tutto condito da uno stile incisivo e scorrevole che non lascia molto spazio a fantasie e digressioni: ecco raffigurata in patinata e lucente presenza la strage di un presente storico privo di qualsiasi senso.

27 giugno 2009

Odia il prossimo tuo

Luca Poldelmengo, Odia il prossimo tuo
Kowalski, 2009

Roma. Andrea, ex-ciclista professionista appesantito dall’alcol e dai ricordi di un passato che continua a logorarlo, ha perso casa, amici, genitori e vive in un roulotte sulle rive del Tevere in compagnia del bastardino trovatello Santiago. Tegla ha lasciato l’Africa all’età di quindici anni, con sé non ha portato né i sogni né le speranze che avrebbero potuto appesantire il suo viaggio ed ora trascorre le sue giornate nel residence Paradiso gestito dal rumeno Igor, inutile dire che le sue notti le passa in strada in attesa dei clienti. Flavio detto “Il Rosso” è un ex-brigatista che ha scontato venticinque anni di carcere per le sue azioni, finalmente libero vuole avere la possibilità di conoscere quel figlio che non ha mai incontrato. Renato, avvocato della Roma bene che vive in una lussuosa villa della zona Infernetto, esce dall'ufficio per arrivare a casa stremato, dove lo attendono una moglie alcolizzata e un figlio che lo detesta. Tra le strade della capitale - camminando a piedi, pedalando in bici, sfrecciando in auto - percorsi simili a fili di lana si intrecceranno in un nodo dalle soluzioni difficili e violente.
Luca Poldelmengo è al suo esordio letterario con questo agile volume dallo strano impianto a metà strada tra narrativa e cinema - ambito non nuovo all’autore che si è occupato in passato della sceneggiatura e del soggetto di Cemento Armato, thriller cinematografico che vedeva trai protagonisti Giorgio Faletti. Ad impreziosire l’opera sono proprie queste derivazioni filmiche: i capitoli sono un susseguirsi di brevi episodi, simili ad inquadrature, che procedono in parallelo seguendo le vicende di ciascun protagonista; gli intrecci sono molteplici e concatenati in modo da riuscire a collegare tra loro tutte le storie che ci vengono presentate in apertura grazie a un flashforward; infine un linguaggio asciutto, che non pecca mai in eccesive descrizioni, non fa che ribadire quest’effetto velocizzato della pagina, che scorre piacevolmente come la pellicola nelle sale. I complimenti dunque per questo esordio nella narrativa, campo che speriamo non passi in secondo piano rispetto alle passioni dell'autore, il quale ha tutte le doti per continuare a regalarci ottime avventure ricche di ritmo, colpi di scena e naturalità

25 giugno 2009

Moderni Parcometri Padani: funzionano a bastonate.

Dopo una schiacciante vittoria alle urne, che ha visto le poltrone di molti sindaci dell’Hinterland milanese colorarsi di verde o azzurro a seconda delle alleanze; dopo una vittoria alla neonata provincia di Monza e un ribaltone su quella di Milano; dopo la sfilata di presentazione delle nuove linee di moda per la casa MSI nell’anno 2009 - l’idea vintage stile aquila e svastica ha destato qualche polemica - l’elettorato vichingo che sempre di più spopola i bassipiani lombardi e va via via conquistando l’Italia, ha pensato a nuove trovate per il codice stradale.
Prima dell’arrivo di un navigatore satellitare di ultima generazione: per girare a sinistra si dovrà “svoltare a Destra, svoltare a Destra, proseguire dritto, svoltare di nuovo a Destra”, alcuni cittadini del comune di Limbiate hanno sviluppato una nuova idea di parchimetro. Il fortunato Ibrahim Ghazy - cuoco egiziano in Italia da oltre vent’anni e padre della 22enne scrittrice Randa Ghazy - ha avuto l’onore/onere di sperimentare la prima versione di questo ritrovato della tecnica moderna. Dopo aver portato la sua auto a riparare presso l'officina di via San Bernardo venerdì scorso, il lunedì successivo Ibrahim è passato a ritirare la vettura. Uscito dal garage per tornare a casa ha trovato la famiglia di Roberto Genovesi - riunitasi per l’occasione in stile matrimonio all’antica con tanto di padre, madre, moglie e figlio - pronta per sanzionare il contravventore egiziano e, dopo aver esordito con la fatidica frase "Tornatene al tuo Paese", hanno da subito computato la parcella spettante per aver occupato il suolo pubblico con la sua vettura, poi il parcometro è entrato in azione: bastonate, calci e pugni a volontà, sino a causare due costole fratturate e una vertebra scheggiata al povero Ibrahim, ora ricoverato all’ospedale di Garbagnate Milanese con una prognosi di almeno 45 giorni.
La figlia Randa Ghazy - autrice di Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista, ultimo dei suoi tre libri - ha commentato così la vicenda: «Un accanimento del genere lascia scioccati. Mio padre è una persona onesta e pacifica, rigorosa nel rispettare i diritti degli altri, non si meritava una cosa del genere, e oltre al dolore fisico ora si porta dietro un senso di offesa e umiliazione. La nostra identità non cambia, siamo sempre italiani. È la fiducia nei confronti degli altri ad essere profondamente danneggiata. Ora spero che la giustizia faccia il suo corso e punisca severamente questa ferocia. Altrimenti lo sconforto e il senso di ingiustizia minano gravemente le persone che la subiscono e la loro fiducia e il loro amore per il Paese in cui hanno scelto di vivere».
Peccato che questa famiglia egiziana non riesca a capire le virtù del ritrovato tecnologico brevettato dalla famiglia Genovesi, immagino che qualche italiano fieramente Lombardo e fieramente Leghista, tornerà presto a spiegarglielo…

24 giugno 2009

Il piccolo messaggero dei nostri corpi

Yves Navarre, Il piccolo messaggero dei nostri corpi
Traduzione Daniele Cenci
Del Cardo, 2008

In una remota cittadella francese poco lontana dall’Oceano Atlantico e dai vigneti famosi per il loro Bordeaux, Joseph trova la morte nel 1935. Scosso dal decesso del compagno, Roland decide di scrivere un volume che possa testimoniare in modo fedele gli oltre trent’anni di segreto amore passati insieme: dalle prime notti nelle stanze di quel collegio in cui si accorsero a poco a poco della loro passione, alla scelta del matrimonio con le sorelle Sabine e Clothilde. Ma come affrontare il problema della memoria riuscendo a rimanere fedeli al passato e non subendo le distorsioni dei propri ricordi? Roland sceglie di utilizzare le lettere originali che, accumulatesi negli anni, testimoniano la fitta corrispondenza tra i due amanti. Ed è così che - calcando la mano di Joseph e copiandone le sue parole - i ricordi dei giorni a Taormina in compagnia di Sandro Prego, Mr Shake-Hand, Siamo Amici, le giornate trascorse nudi sotto la pioggia ad inseguirsi per i campi, e le strane notti passate sbronzi lungo il letto del fiume riprendono vita…
Yves Navarre - pur non avendo nascosto la propria omosessualità negli anni più maturi della sua vita - ha cercato di soffocare dentro di sé demoni e ricordi adolescenziali che, alla lunga, l’hanno portato a suicidarsi nel 1994 a Parigi. Nemmeno la sua fama come affermato romanziere, insignito del prestigioso Premio Goncourt per l’opera Il giardino zoologico, è riuscita a colmare il profondo disagio dell’autore. Con Il piccolo messaggero dei nostri corpi Yves mostra tutta la sua sensibilità e capacità narrativa: contraddistinto da uno stile elegante, da un lessico ricercato e da una struttura narrativa che ammicca ai classici dell’ottocento, l’autore dà prova di un talento unico. Qual è forse la piccola sconfitta di questo testo? Rarefatto, frammentato, episodico, il volume - negli intenti del protagonista Roland - vuole vincere le devianze della memoria per rimanere fedele alla storia, eppure finisce inevitabilmente per assumerne la struttura e ricalcare il ritmo dei ricordi: nulla di male, anzi, un tratto ulteriore che ribadisce la particolarità del libro.

23 giugno 2009

Ricettario editoriale

Certo fare quel mestiere “sporco” del recensore non è cosa facile, anzi a dirla tutta non si tratta nemmeno di un “lavoro”, perché con quello volendo ti ci paghi la pagnotta, mentre qui siamo nell’ambito della sussistenza editoriale, dell'autarchia imprenditoriale, dell'arrangio amatoriale, se non forse di una vita allo sbando e marginale.
Arginando per un attimo il tempo che la lettura richiede - e con esso le cene andate perse, le serate saltate, i lavori abbandonati, le compagne arrabbiate, le scopate posticipate, le noiose conferenze obbligate e gli amici infastiditi - andiamo ad elencare le complessità con cui quotidiane ci misuriamo.

Giustamente ci sarebbe da precisare che:
- raramente veniamo pagati
- spesso passiamo inosservati
- sovente restiamo anonimi, dando spazio prevalentemente ad opere e autori
- quasi sempre veniamo condannati per mancanza di obbiettività e favoritismi ad editori
- di rado i nostri gusti coincidono con quelli del pubblico

Detto ciò si è detto tutto, resta solo una domanda da porsi: “Ma chi te lo fa fare?”
Un po’ ci guida l’estro personale di chi - si suppone - abbia qualcosa da dire e voglia comunicarlo, ma molto - almeno nel mio caso - è il potenziale di condivisione.
Ma come mettere in comune sinteticamente uno sfogo semantico pressoché infinito? Restiamo al problema principe dell’informazione.
La soluzione dal mio punto di vista è quanto segue e - per ovviare a critiche, gusti e scampare dalla banalità - propongo non una classifica del meglio, un riepilogo per valore o argomento, oppure il top delle ultime uscite, ma uno stock multietnico di varia provenienza. Un piatto da campo rom che, se farà storcere il naso ai malfidenti, regalerà inchiostri di ottima annata ai rimanenti.
Insomma la tavola è imbandita, servirsi prego seguendo le uniche avvertenze: l’ordine del buffet non ha importanza e il nome del piatto è anonimo sino all’incontro col palato.

























22 giugno 2009

Nel turbine della storia

Ryszard Kapuscinski, Nel turbine della storia
A cura di Krystyna Straczek
Traduzione Vera Verdiani
Feltrinelli, 2009

C’è ancora uno spazio per la sedimentazione della memoria in un secolo in cui veniamo costantemente bombardati da notizie sull’oggi? O non è forse questo preponderante concentrarsi sul presente ad annullare le riflessioni sul passato? Come le ex-colonie europee hanno ottenuto l’indipendenza e qual è lo stato dell’Africa, America del Sud e Asia ai giorni nostri? Quali sono le affinità tra questi paesi e quali le diversità? Cosa rappresenta veramente l’Islam al di là delle notizie riportate dai media occidentali sul terrorismo? E riuscirà un’Europa sempre più sterile, invecchiata e atea a respingere il flusso di questa religione che avanza dalle sponde mediorientali e dalle coste africane? Cosa resta e cosa rappresenta la Russia dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo del blocco sovietico? Come il concetto di Europa-mondo, può conciliarsi con quello di Europa nel mondo? Questo spostamento di baricentro storico che cosa causerà nel nostro continente e quali conseguenze avrà per i suoi abitanti da troppo tempo appisolati in una bambagia di benessere? E’ davvero una sterile omologazione la conseguenza più diretta della spinta globalizzatrice dei giorni nostri? Oppure le differenze culturali persisteranno all’occidentalizzazione del mondo? “Conclusioni? Per fortuna nessuna. Quello di cui parlo sta tuttora accadendo, è ancora in atto e nessuno può dire con sicurezza in che modo andranno le cose.”
Torna la “squadra” che aveva dato vita allo splendido Autoritratto di un reporter: stesso autore, editore, curatrice, traduttrice e - soprattutto - stessa qualità dell’opera. Proprio dal lavoro di selezione necessario alla stesura dell’Autoritratto, Krystyna Straczek era stata costretta ad accantonare interviste che, per contenuti tematici, erano rimaste escluse dalla pubblicazione. E’ grazie a questo testo che tutto quel materiale riprende vita in un puzzle ordinato e multi-tematico. Composto da una struttura ad intarsio di citazioni, il volume procede per sezioni tematiche scandite da divisioni topografiche: alle riflessioni sull’Africa, seguono quelle sul Sud America, Russia, Medio Oriente, Europa e Asia. Alla classica impronta prevalentemente giornalistica che caratterizza le opere dell’autore, si affianca in questo caso una precisa volontà di trattazione storica che dà luogo a riflessioni di straordinaria attualità. Considerando che interviste, stralci e materiali vari risalgono prevalentemente al periodo compreso negli anni novanta - ma hanno importanza cruciale soprattutto oggi - si costituisce così per la prima volta una figura quasi profetica di Kapuscinski: allora, tutto quel camminare, è servito davvero a conoscere il mondo...